Al Giro d’Italia del 1963

“La tappa successiva ci portava da Oropa a Leukerbad, in Svizzera. Sul Gran San Bernardo straccio tutti. A 4 km dall’arrivo, però, andai a finire con le ruote tra le rotaie di un trenino di montagna. Il tubolare della ruota anteriore si era scollato. Mi fermai per rimetterlo a posto. Adorni, ancora lui, mi passò davanti sorridendo: credeva di aver vinto. non fu così. 

Lo raggiunsi e lo staccai di nuovo, vincendo la mia terza tappa consecutiva. 

La più grande soddisfazione, però, me la presi all’arrivo, quando Adorni dichiarò a un giornalista: “ce l’ho messa tutta, mi dovete credere, ma quello è un diavolo che non si può tenere! Ha vinto meritatamente. Sul Sempione ha imposto una corsa massacrante, tutta fatta di scatti”.

Il mio grande nemico si inchinava alla mia forza. Vinsi in volata anche la quarta tappa consecutiva, da Leukerbad a Saint-Vincent. Mi sembrò di essere tornato dilettante quando, nelle ultime 13 corse di due stagioni consecutive, mi ero classificato 6 volte primo e 7 volte secondo. Non arrivavo mai stanco. Ecco perché riuscivo a battagliare ogni giorno. E poi non facevo concessioni a nessuno. Non volevo schierarmi da nessuna parte: io ricevevo lo stipendio dal commendator Rizzato e difendevo i colori della Lygie. Basta. 

Alcuni facevano intendere che mi stessi drogando. Il segreto dei miei successi era il morale alle stelle, altroché la bomba. Qual è il corridore che prende porcherie e per 4 giorni di seguito è capace di fare quello che avevo fatto io? Mi piaceva la vittoria e dare spettacolo: ecco senza di me il giro non avrebbe avuto spettacolo. Avevo appena compiuto 23 anni e le emozioni che provavo erano indicibili. 

Ma la più grande mi fu preclusa: non riuscì a vincere quel Giro. O forse era già scritto che in quel Giro dovevo vincere 5 tappe, perché vinsi anche la Belluno-Moena, tappone dolomitico che per un giorno mi fece sentire “Coppi” e la classifica del Gran Premio della Montagna, per poi arrivare sesto a 11’50” da Balmamion, che bissò la vittoria dell’anno precedente. Durante una delle tappe da me vinte, il Commendator Rizzato vedendomi da solo mi urlò: “mi stai facendo morire”. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Mi sono sentito qualcosa nella gola. Non è da tutti e da tutti i giorni vedere il proprio principale che ti incoraggia sulle Dolomiti. Era il terzo giro che disputavo. Tutti li avevo persi in partenza. Pazienza. È meglio un giorno da leone che cento da pecora. Io sono amico della gente. Bisogna dare spettacolo, se si vuole diventare popolari. E alla popolarità io ci tengo, perché la popolarità è quella che aumenta le quotazioni di un corridore al momento dei contratti.”

Vito Taccone

Rierca storica a cura di Paolo Fumò e Domenico Bartolomucci

brano tratto da Il camoscio e il borraccino di G. Arcopinto e E. Pandimiglio, edizioni Lìmina

in collaborazione con il Corriere dello Sport

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