Al Giro d’Italia del 1961

Giro d’Italia del 1961; tappa Bari – Potenza 30 maggio; km 140.


“Durante una delle prime tappe di quel mio primo Giro d’Italia, mi ritrovai in fuga con un gruppetto di altri corridori. Il mio capitano era Vito Favero che andò in crisi. La macchina del nostro direttore sportivo arrivò in testa alla corsa per fermarmi in modo che aiutassi il capitano. A distanza di tempo abbiamo rifatto i conti: in quella tappa Favero andò fuori tempo massimo, insieme ad altri sei nostri compagni. Riuscimmo a salvarci soltanto io, Casodi e Franchi che comunque arrivammo al traguardo con quaranta minuti di ritardo. Ebbene, senza quei quaranta minuti, avrei vinto il primo Giro d’Italia a cui partecipavo. 
La sera il direttore sportivo venne ad avvisarci che ritirava tutta la squadra:
“Dove andiamo con questi tre pellegrini Taccone, Franchi e Casodi. Non vale la pena continuare”, allora io dissi: “Voglio parlare con il commendator Rizzato”.
Pretesi ed ottenni di parlare proprio con il commendatore. “Commendatore gli feci, domani c’è la tappa a cronometro e dopodomani c’è la tappa Bari-Potenza che io ho già vinto tra i dilettanti battendo Adami. Dammi la possibilita‘ di correre almeno in altre due tappe. Se non succede niente alla Bari-Potenza, ritira pure la squadra”.
Riuscii a convincerlo.
Feci la tappa a cronometro cercando di rimanere dentro il tempo massimo consentito.
Il giorno dopo ci fu una prima fuga con Gastone Nencini. Ci ripresero.
Mi infilai in un’altra fuga con Carlesi e Van Looy. Ci ripresero.
Poi un’altra ancora con Anquetil e Gaul. Ci ripresero di nuovo.
Lungo una salita che conoscevo bene, partii io. Mi venne dietro Junkermann. In cima a questa salita c’era un traguardo volante con in palio un Gran Premio della Montagna che avrebbe fatto epoca: centocinquantamila lire!
Mentre ero in fuga, pensai che mi scadeva l’ultima cambiale da pagare a un commerciante di Avezzano.
Mi dissi: “Queste centocinquantamila lire andrebbero proprio giuste giuste”.
Partii a razzo. Mi si avvicinò il tedesco Junkermann dicendomi: “Io vincere premio montagna”.
“Tu sei pazzo! Quel traguardo è mio: ci devo pagare una cambiale”.
“Io non capire”.
“Te lo faccio capire io, adesso che arriviamo su”!
Vinsi quel Gran Premio della Montagna. E anche la mia prima tappa al Giro d’Italia.
Il commendatore fu di parola: non ritirò la squadra…
La sera arrivarono 1861 telegrammi. Tra questi ce n’era uno di Beppe Apolloni, che giocava a pallone ad Avezzano, scritto in dialetto:
“Dicci a quessi che alla Trinita‘ si canta quando se reve’, non quando se va”.
In un altro si leggeva “anche D’Annunzio, dall’oltretomba, tifa Taccone”.
Passai la nottata intera con Franchi e Casodi a leggere telegrammi.
La sera telefonai a casa e dissi a mia madre:
“Manda Mario Durante, un amico a prendere i soldi. La cambiale non la rinnoviamo, la paghiamo per intero”.
È stata l’ultima cambiale.” Vito Taccone

Ricerca storica a cura di Paolo Fumò e Domenico Bartolomucci

brano tratto da Il camoscio e il borraccino di G. Arcopinto e E. Pandimiglio – edizioni Lìmina

in collaborazione con il Corriere dello Sport

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