Il 1962 di Vito Taccone

“Il mio successo al Giro di Lombardia aveva rappresentato anche la vittoria del popolo marsicano. Quando tornai ad Avezzano, per chilometri e chilometri, la folla mi applaudiva entusiasta ed esaltata. Per la mia gente era quello il modo di riscattarsi dai soprusi e le ingiustizie che continuavano a segnare la vita quotidiana. Io ero con loro, forse anche troppo: arrivavo a trascurare i miei allenamenti, pur di partecipare a quella festa. Fu anche per questo, forse, che l’anno successivo, il 1962, fu misero dal punto di vista dei risultati. Vinsi solo il Circuito di Giulianova e il Giro del Piemonte, gran bella corsa, per cui mi esaltai moltissimo. E arrivai quarto al mio secondo Giro d’Italia, anche se quel Giro l’avrei potuto vincere. Nella tappa di Sestri Levante avevo indossato virtualmente la Maglia Rosa per un centinaio di chilometri. Nella tappa successiva ero in fuga con Balmamion, ma lui prese una bottiglietta dalle mani di un tifoso. Quella maledetta bottiglietta di vetro gli sfuggì e cadde a terra rompendosi. Bucai tutte e due le ruote. Mi fermai. Sfilai le ruote, pronto a sostituirle. 
Una dopo l’altra mi passarono davanti tutte le ammiraglie, tranne la mia, quella dell’Atala.
Ero disperato, non sapevo cosa fare, non mi rendevo più conto di quanto tempo fosse passato. Iniziai a piangere. Fu allora che vidi arrivare la mia ammiraglia. Cambiai le ruote in dieci secondi. Mi lanciai in un inseguimento disperato. Ma alla fine, persi ben sei minuti che mi portai dietro fino al traguardo finale.
Ancora oggi, ripensandoci, sento viva l’amarezza di quel giorno.
Qualche tempo dopo seppi che il ritardo della mia ammiraglia era stato causato dal fatto che si era fermata per consentire al mio direttore sportivo di fare la pipì. Ebbene sì, ho perso un Giro d’Italia per una pipì.
Anche se tutto questo in fondo non è vero. Quel Giro d’Italia, in realtà, lo persi per colpa di Adorni.
Mancavano quattro o cinque tappe alla conclusione del Giro. Una sera venne nel nostro albergo un ragazzo.
«Sono uno sportivo, un tifoso di Taccone, lo seguo da tanto tempo. Mi piacerebbe moltissimo pulirgli la bicicletta, gliela vorrei lucidare io».
Accettai con entusiasmo e dissi al meccanico: «Senti, se proprio è un tifoso, fagli pulire la mia bicicletta, se proprio la vuole vedere brillante, lascialo fare».
E mi lustrò la bicicletta veramente bene.
Il giorno dopo partimmo per una tappa di montagna.
Alla prima salita mi sentivo addosso una forza bestiale. Pur avendo tutta quell’energia, sballai la salita staccata di tre minuti. Eppure la forza c’era! Quando in cima alla salita mi accorsi che avevo le gambe legnose, impastate, le tolsi dai fermapiedi e feci per muovere i muscoli. Andai a rimettere i fermapiedi, ma i pedali non giravano all’indietro. Allora capii perché la bicicletta non camminava nonostante ci fosse la forza. Cambiai la bicicletta e ripartii.
Quel ragazzo, il «mio tifoso», in realtà era stato comprato da Vittorio Adorni per venire ad inchiodarmi il bloccaggio delle pedivelle, con la scusa di pulire la bicicletta. A caldo non si nota tanto, ma più uno pedala e più il pistone s’inchioda. In quella tappa persi sette minuti. Insomma, questi sette minuti forse sono stati più decisivi dei sei della pipì. Fatto sta che conclusi quel Giro in quarta posizione con cinque minuti e ventuno secondi di distacco da Balmamion.” Vito Taccone

Ricerca storica a cura di Paolo Fumò e Domenico Bartolomucci

brano tratto da Il camoscio e il borraccino di G. Arcopinto e E. Pandimiglio, edizioni Lìmina

con la collaborazione de Il Corriere dello Sport

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